Fédération des barreaux d’Europe

Barcellona- festeggiamenti di Sant Raimon de Penyafort 2003

Barcellona

Incontro 5 febbraio 2005

Limiti deontologici alla libertà di patto in materia di onorari professionali

Situazione in Italia

Relatore Maurizio de Tilla

2° Vice Presidente Fédération des Barreaux d’Europe

Già Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Napoli

Presidente della Cassa Nazionale Forense

Presidente dell’AdEPP

1. Libertà contrattuale e limiti al compenso professionale

Il codice civile italiano stabilisce il principio della libera determinazione del compenso nella prestazione dell’attività professionali (art. 2233 c.c.) solo in mancanza di convenzione tra le parti .

Il compenso è determinato dalle tariffe, o dagli usi, ovvero dall’autorità giudiziaria, sentito il parere dell’associazione professionale cui il professionista appartiene.

In ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione.

Vi è dunque il principio della più ampia libertà contrattuale, con due soli vincoli è vietato il patto di quota lite ; i minimi di tariffa sono inderogabili.

Il cliente, salva diversa pattuizione, deve anticipare le spese occorrenti e corrispondere, secondo gli usi, gli acconti sul compenso (art. 2234 e art. 90 c.p.c.).

Nel caso in cui il compenso non sia pattuito direttamente con il cliente, l’avvocato predispone la “parcella” (o nota o notula o specifica) che comprende spese, diritti ed onorari, in dipendenza dell’attività prestata.

La “parcella” costituisce una richiesta di pagamento nei confronti del cliente, la quale non è priva di qualsiasi valore probatorio, ma può assimilarsi a un rendiconto, ed è perciò prova presuntiva delle prestazioni stesse, soggetta solo ad eventuali contestazioni.

2. Il patto di quota lite

Secondo l’art. 2233, 3° comma, c.c., gli avvocati, i procuratori e i patrocinanti non possono, neppure per interposta persona, stipulare con i loro clienti alcun patto relativo ai beni che formano oggetto delle controversie affidate al loro patrocinio, sotto pena di nullità e dei danni.

In verità, il patto di quota lite è sempre stato considerato con disfavore, ed anche nella legislazione precedente al codice civile (art. 1458 c.c.) era proibito tra avvocati e clienti alcun patto o contratto “sulle cose comprese nelle cause alle quali prestano il loro patrocinio”. Tale disposizione era ripresa dalle legislazioni anteriori, in alcune delle quali il patto era considerato addirittura un reato.

Si noti che il patto di quota lite è nullo in sè e per sè indipendentemente dalla misura (anche minima) del compenso stabilito tra le parti, ed anche nel caso in cui le tariffe prevedano un attribuzione superiore pattuita ; ed è nulla non solo la pattuizione relativa ai beni che formano oggetto della controversia ma anche la pattuizione che preveda l’attribuzione a favore del patrono di una quota del valore dei beni controversi, e cioè un onorario commisurato al valore della lite ovvero alla somma che sarà ricavata in concreto da essa. E’ ugualmente affetto da nullità il patto quando il compenso sia stato stabilito in una somma indeterminata ma determinabile, corrispondente all’eventuale eccedenza del risarcimento spettante al cliente rispetto ad una somma che questo ultimo sia preventivamente riservato.

La nullità sussiste anche se il patto riguarda diritti stragiudiziali o non contenziosi ed anche nel caso in cui il compenso debba essere pagato non dal cliente ma da un terzo. E’ stata dichiarata nulla anche la convenzione che comunque subordini il pagamento del compenso ad un particolare esito del giudizio.

***

Accanto alla disposizione dell’art. 2233 c.c. va ricordata la disposizione dell’art. 1261 c.c. (cessione dei diritti litigiosi) per individuare poi la ratio che ha ispirato il legislatore nella determinazione di questi precetti. L’art. 1261 vieta infatti ai magistrati, funzionari delle cancellerie e segreterie giudiziarie, ufficiali giudiziari, avvocati, procuratori, patrocinatori e notai di rendersi cessionari dei diritti sui quali è sorta contestazione davanti all’autorità giudiziaria di cui fanno parte o nella cui giurisdizione esercitano le loro funzioni, sotto pena di nullità e dei danni.

Il divieto di cessione si riferisce ai “diritti”, e non solo ai crediti, e quindi oggetto del divieto sono anche i diritti reali. I diritti poi “sui quali è sorta contestazione davanti all’autorità giudiziaria” non sono soltanto i diritti contestati o controversi, ma tutti i diritti in generale dedotti in giudizio, ancorchè non contestati, come nel caso ad esempio della divisione giudiziale dei beni.

La diversità formale più evidente tra l’art. 2233 e l’art. 1261 c.c. è da ravvisare nel fatto che il divieto del patto di quota lite presuppone un rapporto di patrocinio, che invece è estraneo al divieto di cessione dei diritti litigiosi : nel primo caso infatti il divieto colpisce soggetti relativamente ai beni “che formano oggetto delle controversie affidate al loro patrocinio”, mentre nel secondo caso il divieto colpisce gli stessi ed altri soggetti relativamente ai diritti “sui quali è sorta contestazione davanti all’autorità giudiziaria di cui fanno parte o nella cui giurisdizione esercitano le loro funzioni”. Inoltre il patto di quota lite non richiede che l’oggetto dell’incarico professionale sia in senso stretto contenzioso, mentre il divieto di cessione presuppone al contrario una “contestazione davanti all’autorità giudiziaria”.

La ratio tuttavia è identica in entrambe le norme e cioè è confermato anche dalla circostanza, già riferita, che nella legislazione passata i principi oggi contemplati negli artt. 2233 e 1261 erano raggruppati sotto un unico divieto. In effetti, la volontà del legislatore è chiaramente ispirata, nell’uno e nell’altro caso, alla necessità assoluta che taluni soggetti che in qualche modo potrebbero essere interessati alle sorti di una controversia rimangano del tutto estranei ad essa, onde assicurare con l’estraneità alla lite l’inesistenza di alcun conflitto di interessi anche solo potenzialmente configurabile.

Certo, le norme in esame tutelano anche il prestigio e l’imparzialità dell’ordine giudiziario (art. 1261 c.c. ) ovvero il decoro e la dignità della professione (art. 2233 c.c.), ma ciò avviene soltanto come conseguenza indiretta del dovere di evitare la partecipazione alla lite : è questa partecipazione infatti che direttamente offende il prestigio e il decoro.

***

Tale essendo la ratio delle norme oggetto di esame, è evidente anzitutto che la nullità che le stesse comminano è una nullità assoluta e inderogabile, poiché la causa è illecita (art. 1418 e 1343 c.c.), essendo le norme oggettivamente dirette ad assicurare 1’indifferenza dei terzi alle sorti delle controversie : una nullità dunque che chiunque può far valere e può essere rilevata anche d’ufficio dal giudice ex art. 1421. c.c.

E’ evidente del pari che le norme congiuntamente considerate non si pongono (e non devono essere intese) come eccezione al principio dell’autonomia delle parti, quanto come regola diretta a riaffermare il dovere per tutti i soggetti interessati ad una controversia di rimanere ad essa estranei.

Ed allora è del tutto ammissibile estendere la disposizione dell’art. 1261 c.c. a tutti i titolari di funzioni analoghe, ove ricorrano gli stessi presupposti, e così estendere il divieto del patto di quota lite previsto dall’art. 2233 c.c. ad ogni soggetto con cui vi sia un rapporto di patrocinio o prestazione professionale genericamente intesa, in questa comprendendo l’attività prestata ad esempio dai consulenti tecnici di parte (in tal senso Trib. Milano, 9 dicembre 1982, in Resp. civ. prev., 1983, 133, e, in senso contrario, App. Milano, 10 aprile 1984, in Foro pad., 1984, I, 390).

3. Giurisprudenza e casistica sul patto di quota lite

a. L’art. 2233, comma 3, c.c. che vieta agli avvocati, procuratori e patrocinatori di stipulare - sia pure per interposta persona - con i propri clienti patti relativi ai beni formanti oggetto delle controversie loro affidate, non ha natura eccezionale (Trib. Milano 9 dicembre 1982, Giur. it. 1984, , 2, 677).

b. Se si superano, nella previsione di un premio per la vittoria, limiti, - da apprezzarsi da caso a caso, in relazione alla particolarità dell’affare trattato, - in misura tale da fare ritenere che si sia creata una vera e propria compartecipazione negli utili a svantaggio del cliente e profitto ingiustificato del patrocinatore, si viene a cadere nell’ambito di operatività del divieto contenuto nell’art. 2233 c.c. (Trib. Napoli 26 settembre 1988, Dir. giur. 1988, 718).

c. Non sussiste il patto di quota lite, vietato dal comma 3 dell’art. 2232 c.c., non solo nel caso di convenzione che preveda il pagamento al difensore, sia in caso di vittoria, che di esito sfavorevole della causa, di una somma di denaro (anche se in percentuale all’importo, riconosciuto in giudizio alla parte) ma non in sostituzione, bensì in aggiunta all’onorario, a titolo di premio (cosiddetto palmario), o di compenso straordinario per l’importanza e difficoltà della prestazione professionale, ma anche quando la pattuizione del compenso al professionista ancorchè limitato agli acconti versati - sia sostanzialmente - anche se implicitamente – collegata all’importanza delle prestazioni professionali od al valore della controversia e non in modo totale o prevalente all’esito della lite (Cass. giugno 1986 n. 4078, Giust. civ. mass. 1986) .

d. Il divieto del cosiddetto patto di quota lite, fra l’avvocato, procuratore o patrocinatore ed il suo cliente, si ricollega essenzialmente all’esigenza di assoggettare ad una disciplina uniforme, garantita da controlli pubblicistici, il contenuto patrimoniale del rapporto professionale, al fine di tutelare sia l’interesse del cliente, sia la dignità e la moralità del professionista, sia la funzione giurisdizionale suscettibile di essere pregiudicata da apporti di difesa viziati. Ne consegue che la nullità di quel patto, sancita dall’art : 2233 comma 3 c.c., prescinde dalla circostanza del verificarsi di un indebito lucro per il professionista, e può essere fatta valere da ciascuno dei contraenti, senza che si richieda la deduzione e dimostrazione di uno specifico interesse a rimuovere gli effetti (Cass. 4 dicembre 1985 n. 6073, Giust. civ. mass, 1985).

e. La nullità sancita dall’art. 2233, comma 3 c.c. per il patto quota di lite riguarda il negozio bilaterale stipulato dal professionista investito del patrocinio legale con il cliente relativamente ai beni oggetto della controversia a lui affidata, e, pertanto – vertendosi in tema di eccezione al principio generale della libertà negoziale, con conseguente inammissibilità di interpretazione analogica - non è ravvisabile nel caso di legato del cliente in favore del professionista, il quale configura un’attribuzione patrimoniale disposta unilateralmente "mortis causa" (Cass. 16 aprile 1984 n. 2455, Giust. civ. 1985 ; 3183, Riv. notar. 1984, 941).

f. Costituisce patto di quota lite per interposta persona affetto da nullità assoluta il patto con il quale il lavoratore si obbliga a versare all’associazione sindacale, destinandolo ad un fondo di accantonamento per controversie, il 10 % delle somme recuperate in una controversia giudiziale di lavoro nella quale il sindacato lo assiste con propri legali (Pret. Monza 17 dicembre 1983, Dir. giur. 1984, 1021, Giust. civ. 1984, I, 2312, con nota di E. CAPPAGLI).

g. La cessione di beni costituenti res litigiosa ai figli del professionista legale (anche essi esercenti la professione forense ed aventi studio in comune con il genitore) integra gli estremi del patto di quota lite vietato dall’art. 2233 c.c., quantunque i cessionari siano nipoti del cedente (Corte Appello Palermo 12 ottobre 1982, Giur, it. 1983, I, 2, 829).

h. Il divieto di patto di quota lite di cui all’art. 2233 c.c. è volto a tutelare gli interessi del cliente, evitando che questi sia esposto a dannosi compromessi con i propri legali circa i beni oggetto della controversia. Conseguentemente, non sussiste patto di quota lite quando sono interessati alla res litigiosa i congiunti del legale di parte (Tribunale Palermo 29 luglio 1981, Giur. it. 1983, I, 2 140, con nota di P. Carbone).

4. Inderogabilità dei minimi di tariffa

I minimi di tariffa sono inderogabili (art. 24, legge 13 giugno 1942, n. 974) , e la ratio del principio (« ogni convenzione contraria è nulla »- art 24) è stata ravvisata nell’esigenza di « preservare il decoro e la dignità della professione forense dalle pregiudizievoli conseguenze cui essi risulterebbero esposti qualora la riducibilità dei minini tariffari desse adito al procacciamento di clientela ».

In verità i minimi possono essere diminuiti, in via eccezionale, purché la parte che vi abbia interesse esibisca il parere del competente Consiglio dell’ordine.

Nel caso di compensi forfettariamente stabiliti, poi, è stato ritenuto che la potenziale idoneità della pattuizione a violare i minimi della tariffa professionale forense comporti la nullità del patto stesso. Gli onorari massimi, invece, sono liberamente derogabili, secondo la volontà delle parti e di fatto essi non costituiscono mai un vincolo rigido, potendo essere richiesti in misura superiore a quella indicata nelle tariffe.

5. Inderogabilità dei minimi di tariffa - Casistica

a. Non è nulla la rinuncia preventiva agli onorari tabellari riferiti ai giudizi che si concludano con esito sfavorevole per l’assistito, sottoscritta dall’avvocato nell’ambito di una convenzione con un istituto di patronato che preveda l’impegno del professionista ad assistere, nelle controversie con gli enti previdenziali, coloro che si rivolgano a quell’istituto per la tutela dei propri diritti (Cass. 29 novembre 1988 n. 6449, Riv. giur. lav. 1989, III, 292).

b. E’ lecito l’accordo stipulato fra un’organizzazione sindacale ed un avvocato libero professionista, sul presupposto di comuni opzioni ideologiche, con il quale quest’ultimo rinuncia preventivamente alle competenze ed agli onorari per i giudizi conclusi con compensazione delle spese ovvero con esito sfavorevole per il cliente, rilevando, ai fini della validità del predetto patto, il motivo oggettivo e non il "foro” interno del legale, che può essere anche gretto al conseguimento di alternativi benefici economici (Pretura Torino 2 ottobre 1987, Riv. notar. 1989, 151).

c. L’inderogabilità dei minimi tariffari stabilita dall’art. 24 della 1. 13 giugno 1942 n. 794 sugli onorari di avvocato e procuratore non trova applicazione nel caso di rinuncia - totale o parziale preventiva o successiva, in qualsiasi forma realizzata - alle competenze professionali, soltanto quando la rinuncia stessa si concreti nella gratuità totale o parziale delle prestazioni, derivante da causa di liberalità per motivi esclusivamente etici e sociali, -non convenienza economica mediata (Cass. 19 febbraio 1981 n. 1043 Giust. civ. Mass. 1981).

d. La tariffa per le prestazioni professionali di avvocati e procuratori non consente (in mancanza di accordo tra le parti) il condizionamento della rinuncia ad un onorario ritenuto spettante o alla concessione di un’onorario diverso anche esso ritenuto spettante, con la conseguenza il giudice ove non riconosca spettare l’onorario preferito non è vincolato a liquidare l’onorario rinunciato, ma deve liquidare ciascun onorario in stretta applicazione delle rispettive voci della tariffa (Cass. 12 luglio 1991 n. 7716).

e. In tema di onorari di avvocato, l’art. 4 della 1. 13 giugno 1942 n. 794, secondo il quale è consentito eccezionalmente liquidare onorari al di sotto del minimo, quando vi è una manifesta sproporzione rispetto alle prestazioni, è applicabile soltanto nella liquidazione a carico della parte soccombente, ex artt. 90 e 91, c.p.c. e non anche in quella a carico del cliente, la quale resta disciplinata dall’art. 5 della citata n. 794 del 1942, che non introduce eccezioni al principio della inderogabilità convenzionale dei minimi tariffari (e della conseguente nullità di ogni fatto contrario). In tal senso Cass. 29 maggio 1991 n. 6061, Giust. civ. mass. 1991. conformi Cass. 5 febbraio 1971 n. 294 e 19 febbraio 1971 n. 432, Giust. civ. 1971, 1109 e 18261.

f. In tema di onorari di avvocato, deve ritenersi valida la convenzione tra professionista e cliente che stabilisce la misura degli stessi in misura superiore al massimo tariffario, essendo solo vietato di fissare un compenso inferiore al minimo previsto nelle tariffe ; l’esistenza e la portata della convenzione della derogatoria deve essere provata, secondo il fondamentale criterio stabilito nell’articolo 2697 c.c., della parte che intende giovarsene, e l’indagine sulla sussistenza della convenzione e la determinazione del suo contenuto si risolve in un tipico accertamento di fatto, istituzionalmente riservato al giudice del merito, come tale insindacabile in sede di legittimità se non per vizio di motivazione (Cass. 5 luglio 1990 n. 7051, Giust. civ. mass. 1990).

g. E’ censurabile in sede di legittimità la liquidazione degli onorari di avvocato effettuata in misura inferiore al minimo dovuto secondo la fascia di tariffa applicabili sulla base del valore della controversia (Cass. 24 gennaio 1981 n. 567, Giust. civ. mass. 1981).

h. In materia di onorari e diritti di avvocato e procuratore la disposizione dell’art. 241. 13 giugno 1942 n. 794, che sancisce il principio della inderogabilità delle relative tariffe minime, con particolare riferimento alle prestazioni giudiziali, va interpretata nel senso dell’estensione del detto principio anche alle prestazioni stragiudiziali, alla stregua sia della "ratio legis" collegata ad esigenze di tutela del decoro e della serietà della professione forense, che si prospettano, con identico rilievo, nei riguardi di entrambi i tipi di prestazione, sia del criterio di adeguamento al precetto costituzionale dell’uguaglianza, sia di ragioni sistematiche, attesa la generale tendenza legislativa volta a tutelare il lavoro ed il lavoratore anche nelle prestazioni d’opera intellettuale, con analoghe prescrizioni di inderogabilità dei minimi tariffari (T.A.R. Sicilia sez. I, Catania, 4 luglio 1988 n. 915, T.A.R. 1988, I, 3522 ; Cass. 22 febbraio 1988 n, 1851, Giust. civ. mass. 1988 ; Cass. 12 febbraio 1988 n. 1519, ivi 1988).

i. È nulla, perchè contraria al principio della inderogabilità dei minimi di tariffa professionale forense in materia civile, di cui all’art. 24 della legge n. 794 del 1942, non soltanto la convenzione conclusa dall’INAM con procuratori ed avvocati liberi professionisti, che preveda direttamente compensi inferiori ai minimi della tariffa, ma anche ogni diversa convenzione che conduca in qualsiasi altro modo alla violazione del principio dell’inderogabilità dei detti minimi di tariffa. Consegue che il contratto di clientela è nullo nella parte economica per violazione dei minimi della tariffa, che trovano applicazione anche in caso di prestazioni stragiudiziali (quali, nella specie, i pareri scritti). In tal senso Cass. 28 aprile 1988 n. 3221, Giust. civ. mass. 1988.

j. In senso contrario si è ritenuto che l’inderogabilità degli onorari minimi per le prestazioni degli avvocati e la nullità di ogni convenzione contraria, stabilite dall’art. 24 della 1. 13 giugno 1942 n. 794 (onorari di avvocato e di procuratore per prestazioni giudiziali in materia civile), non si estendono alle prestazioni stragiudiziali, fra cui rientrano i pareri, il cui compenso può essere quindi validamente determinato da una convenzione tra il professionista ed il cliente (Cass. 12 ottobre 1987 n. 7550, Giust. civ. mass. 1987).

k. La convenzione concluda dall’INAM con avvocati esterni è affetta da nullità nella parte in cui, per determinati affari, contempli una rinuncia totale o parziale ai minimi inderogabili della tariffa professionale. Detta nullità parziale non si estende, dove non ricorra l’ipotesi di cui all’art. 1419 comma 1 c.c., all’intero contratto e, quindi, non incide sull’operatività di quest’ultimo nelle clausole in cui risultavano invece fissati gli onorari nella misura minima (Cass. 16 ottobre 1982 n. 5354, Giust. civ. mass. 1982 ; Cass. 16 ottobre 1982 n. 5355, ivi 1982 ; Cass. 16 ottobre 1982 n. 5356, ivi 1982 ; Cass. 16 ottobre 1982 n. 5357, ivi 1982 ; Cass. 16 ottobre 1982 n. 5358, ivi 1982).

l. La convenzione stipulata fra un istituto di assistenza dei lavoratori ed un avvocato o procuratore, la quale, preveda che quest’ultimo difenda in giudizio gli assistiti percependo il solo importo delle spese, competenze ed onorari liquidati dal giudice in caso di vittoria, è idonea a vincolare il professionista nei confronti del lavoratore che gli conferisca l’incarico della difesa in giudizio, nel presupposto della qualità di assistito del predetto istituto ed in riferimento a quella convenzione, secondo la disciplina del contratto a favore di terzo, di cui all’art. 1411 c.c., e, quindi, indipendentemente sia da un’accettazione della convenzione da parte del lavoratore stesso (la quale rileva al diverso fine di rendere irrevocabile il beneficio da parte dello stipulante), sia da un’ulteriore specifica manifestazione di volontà nei suoi confronti da parte del professionista medesimo. Peraltro, la circostanza che la suddetta convenzione possa tradursi, in caso di conclusione del giudizio con esito sfavorevole o compensazione delle spese, in una rinuncia preventiva dell’avvocato o procuratore alle proprie spettanze, non ne comporta la nullità, per violazione del principio dell’inderogabilità dei minimi tariffari (art. 24 della 1. 13 giugno 1942 n. 794), qualora tale rinuncia risulti giustificata da un fine di liberalità od uno spirito di solidarietà sociale, meritevole di tutela, e non si presenti come mero strumento del legale per conseguire maggiori vantaggi economici attraverso un non consentito accaparramento di affari futuri (Cass. 6 luglio 1983 n. 4562, Giust. civ. 1983, I, 2589 ; Cass. ; luglio 1983 n. 4563, Giust. civ. mass. 1983 ; Cass. 6 luglio 1983, p 4564, ivi 1983 ; Cass. 6 luglio 1983 n. 4565, ivi 1983).

m. La validità della convenzione tra avvocato e cliente in ordine alla liquidazione dei compensi a favore del primo ed a carico del secondo in ipotesi di esito positivo del giudizio va valutata alla luce della tutela giurisdizionale dei diritti garantiti dall’art. 24 cost., da intendere come diritto del cittadino al pieno ripristino della sua sfera giuridica lesa senza che, per conseguire tale risultato, il medesimo debba subire alcun detrimento patrimoniale, sotto forma di perdita totale o parziale del diritto azionato o del suo equivalente economico o addirittura di nocumento economico superiore a quello che il ricorso alla tutela giurisdizionale tendeva ad evitare. (Nella specie, in cui il cliente si era impegnato a corrispondere all’avvocato il doppio dell’onorario massimo della tariffa forense ove la causa avesse avuto esito positivo, il giudice del merito aveva escluso un tale esito e quindi il diritto del professionista all’onorario convenuto in conseguenza dell’accoglimento della pretesa del cliente in misura non solo parziale, ma per un importo inferiore agli stessi onorari minimi già corrisposti ; la Corte, suprema ha ritenuto corretta la decisione, alla stregua del surriportato principio). In tal senso Cass. 10 aprile 1981 n. 2109, Giust. civ. mass. 1981.

n. L’inderogabilità dei minimi tariffari sancita dall’art. 24 della 1. 13 giugno 1942 n. 794, essendo funzionale alla duplice esigenza di garantire il corretto esercizio dell’attività forense, impedendo la sleale concorrenza tra professionisti, e di tutelare la dignità della categoria professionale, non comporta l’invalidità della rinuncia, totale o parziale, al compenso che sia motivata di particolari esigenze etico-sociali, giustificatrici della totale o parziale gratuità della prestazione, salvo che la rinuncia stessa si risolva in un espediente del legale per conseguire maggiori vantaggi economici attraverso un non consentito accaparramento di affari futuri ; il che va accertato dal giudice del merito, la cui valutazione, se adeguatamente motivata, è incensurabile in sede di legittimità (Cass. 29 novembre 1988 n. 6449, Giust. civ. mass. 1988).

o. Il divieto stabilito dall’art. 24 della 1. 13 giugno 1942 n. 794 di pattuire compensi inferiori ai minimi di tariffa non esclude la valida rinunciabilità, preventiva o successiva, dei compensi medesimi. Il divieto, infatti, è posto a garanzia del corretto esercizio dell’attività forense e a tutela della dignità del singolo professionista e dell’intera classe professionale, mirando ad impedire, per un verso, lo svilimento della funzione defensionale e, per altro verso, la sleale concorrenza tra professionisti e per sè non comporta l’indisponibilità del diritto patrimoniale al compenso ; mentre la rinuncia, in quanto costituisce esercizio della libera autonomia normalmente consentita dall’ordinamento, non contrasta, astrattamente, con effetti riprovati dall’ordinamento medesimo in via assoluta, con gli interessi pubblicistici in funzione dei quali il divieto si giustifica, e nell’ambito di operatività del divieto ricade solo quando strumentalmente ed in modo distorto posta in essere per uno scopo non lecito (Cass. 7 marzo 1983 n. 1680, Giust, civ. mass. 1983).

p. In considerazione dell’inderogabilità convenzionale degli onora minimi e dei diritti spettanti agli avvocati e procuratori per le prestazioni effettuate prevista dall’art. 24 della legge n. 794 del 1942, può ritenersi valida la rinuncia del professionista al suo compenso solo in casi specifici ed eccezionali, per mezzo di un contratto con specifica causa gratuita o a mezzo di un atto unilaterale (rinuncia abdicativa avente la stessa causa, in relazione a particolari rapporti con il cliente ; parentela, amicizia, riconoscenza. Di conseguenza, in presenza di una convenzione tra cliente e professionista, con la quale questi rinuncia ai suoi compensi parzialmente e soltanto in relazione a determinate controversie, occorre stabilire se questa rinuncia possa esse considerata avulsa da tutto il sistema compensativo, in modo che in relazione ad essa soltanto possa parlarsi di una convenzione con presupposti causali autonomi e specificamente gratuiti, ovvero se la stessa rinuncia non rientri in tutto il sistema previsto dalle parti in ordine al compenso e non sia semplicemente un elemento determinatore d stesso. In tale ultima evenienza, il rapporto deve parimenti qualificarsi unitariamente di clientela a titolo oneroso, con corrispettivo soggetto ai limiti ed ai divieti di cui all’art. 24 della legge citata (Cass. 16 ottobre 1982 n. 5354, Giust. civ. mass. 1982 ; Cass. 16 ottobre 198 5355, ivi 1982 ; Cass. 16 ottobre 1982 n. 5356, ivi 1982 ; Cass. 16 ottobre 1982 n. 5357, ivi 1982 ; Cass. 16 ottobre 1982 n. 5358, ivi 19).

q. L’inderogabilità dei minimi tariffari, stabilita dall’art. 24 del 1. 13 giugno 1942 n. 794 sugli onorari di avvocato e procuratore, comporta la nullità della rinuncia totale o parziale del professionista alle proprie competenze qualora la medesima non sia ricollegabile ad un’autonoma causa di liberalità, in relazione a motivi etici o sociali meritevoli di tutela, ma si inserisca nell’ambito della complessiva regolamentazione negoziale del corrispettivo dell’attività professionale, configurando un contemperamento dei contrapposti interessi economici delle parti. (Cass. 18 maggio 1982 n. 3066, Giust. civ. mass. 1982 ; Cass. 18 maggio 1982 n. 3967, ivi 1982 ; Cass. 9 agosto 1982 n. 4459, ivi 1982 ; Cass. 16 ottobre 1982 n. 5354, ivi 1982).

r. La nullità di cui al comma 3 dell’art. 2233, non è assoluta bensì relativa, essendo il divieto rivolto ad una sola delle parti della formazione negoziale e precisamente all’esercente l’attività forense, in ragione della sua qualificazione (Trib. Palermo 29 luglio 1981, Giur. it. 1983, 1, 2, 140).

s. È valido l’accordo stipulato tra un avvocato libero professionista ed una organizzazione sindacale, sul presupposto di una comunanza di scelte ed opzioni etico-sociali, con cui il primo rinunci preventivamente alle competenze e agli onorari per i giudizi conclusisi con la declaratoria di compensazione delle spese o con esito sfavorevole per il cliente ; in particolare ai fini della validità di detta clausola rileva il motivo oggettivo e non il "fondo interno" del legale, in ipotesi mirante a conseguire illeciti benefici (Pret. Torino 2 ottobre 1987, Foro it. 1988, I, 3641).

t. Nei rapporti tra l’avvocato e il proprio cliente, sia per le prestazioni giudiziali che per quelle stragiudiziali, il professionista il quale pretenda un compenso in misura eccedente i minimi tariffari stabiliti, deve fornire, a norma dell’art. 2697 c.c., la prova degli elementi costitutivi del diritto fatto valere, cioè delle circostanze che nel caso concreto giustifichino detto maggior compenso, restando in difetto applicabili i minimi medesimi (Cass. 15 febbraio 1986 n. 910, Giust. civ. Mass. 1986).

u. L’imprescrittibilità dell’azione di nullità del contratto non comporta anche l’imprescrittibilità dei diritti negati, impediti o comunque, pregiudicati dal contratto nullo. Pertanto, nell’ipotesi di nullità del patto con cui un avvocato, in violazione del principio dell’inderogabilità dei minimi della tariffa professionale forense in materia civile, consenta di ricevere dal proprio cliente un compenso inferiore al minimo fissato dalla tariffa, la imprescrittibilità dell’azione di nullità del detto patto non esclude la preesistenza ed esercitabilità del diritto del professionista al compenso e la sua eventuale estinzione per prescrizione (Cass. 19 febbraio 1981 n. 1043, Giust. civ. Mass. 1981).

6. Il profilo deontologico e disciplinare

L’art. 45 del codice deontologico forense così stabilisce : “E’ vietata la pattuizione diretta ad ottenere, a titolo di corrispettivo della prestazione professionale, una percentuale del bene controverso ovvero una percentuale rapportata al valore della lite.

E’ consentita la pattuizione scritta di un supplemento di compenso, in aggiunta a quello previsto, in caso di esito favorevole della lite, purchè sia contenuto in limiti ragionevoli e sia giustificato dal risultato conseguito”.

La disposizione è assoluta e non ammette discussioni : è vietata la pattuizione diretta ad ottenere, a titolo di corrispettivo della prestazione professionale, una percentuale del bene controverso ovvero una percentuale rapportata al valore della lite (Consiglio nazionale forense 8 febbraio 1994 n. 5 in Rassegna forense 1994 285 ; Consiglio naz. Forense, 10 dicembre 1998, n. 192, in Rass. Forense 1999, 43, Consiglio naz. Forense 23 dicembre 1998, n. 221, in Rass. Forense, 1999, 617).

Il divieto del patto è sanzionato anche se esso non abbia avuto attuazione (consiglio nazionale forense, 13 novembre 1971, in rassegna forense 1973, 266), ovvero sia stato formulato sotto forma di promessa unilaterale, e così anche nel caso in cui sia stato pattuito “un compenso costituito all’importo eccedente una somma predeterminata di modesta entità rispetto al risarcimento effettivo” (così Cass. Sez. un. 21 dicembre 1999, n. 919 /S.U.).

In tutti questi casi, in effetti, si considera che la stipulazione sia contraria alla probità e dignità professionale, poichè essa rende l’avvocato direttamente interessato alle sorti della lite e toglie al medesimo l’obiettività e serenità che si richiedono nell’esplicazione del mandato professionale ; per di più vi sarebbe violazione della regolamentazione tariffaria.

In verità, una maggiore riflessione consentirebbe di analizzare più compiutamente le ragioni che vengono normalmente addotte per sanzionale l’invalidità. Ed infatti, quanto alla affermazione per cui il patto costituirebbe una violazione della regolamentazione tariffaria, basterebbe dire che queste argomentazione non ha ragione di essere perché sono del tutto lecite le convenzioni tra le parti, come abbiamo detto, e le tariffe anzi sono oggi massimamente criticate.

Quanto poi all’altra giustificazione addotta (la cointeressnza dell’avvocato finisce per ledere la dignità e il decoro dello stesso e così il principio di estraneità alla lite che è necessariamente alla base di tanti comportamenti), è ovvio che il principio non può essere messo in discussione, poiché in effetti il distacco dalla lite consente una difesa più serena e obiettiva.

Tuttavia, anche tale principio potrebbe essere oggetto di revisione per due fondamentali ragioni : da un lato in molte legislazioni straniere il patto di quota lite è consentito (negli stati uniti ad esempio nelle cause di danni la quota pattuita è compresa addirittura tra il 30 e il 50 %) a, dimostrazione che esso non offende di per sé la dignità del rapporto ; d’altro lato vi sono elementi, anche nella nostra legislazione, che inducono a ritenere legittimo e lecito il riferimento all’esito della lite e alla percentuale sul valore. Ad esempio, le disposizioni legislative (legge 13 giugno 1942, n. 794, art. 5) consentono la fissazione di onorari “tenuto conto dell’esito della causa”, e le stesse tariffe riprendono questo principio (nella liquidazione degli onorari a carico del cliente si può tener conto “dei risultati del giudizio e dei vantaggi anche non patrimoniali conseguiti dal cliente” : art. 5 tariffa civile). Inoltre la percentuale fino al 3 % è stabilita dalla tariffa nelle cause civili superiori a un certo valore e la percentuale fino al 5% è ammessa in alcune prestazioni stragiudiziali, tenuto conto “del risultato conseguito”. Infine, anche la richiesta di “distrazione” delle spese (art. 93 c.p.c.) finisce per coinvolgere l’avvocato nell’esito della lite.

7. Il Palmario

Diverso dal patto di quota lite è il palmario, che è frutto di consuetudine in alcune località d’Italia, ed è considerato lecito « il palmario, che normalmente indica il compenso spettante al difensore in caso di esito vittorioso del giudizio, può essere pattuito, indipendentemente da qualsiasi previsione sull’esito della lite, quale compenso di carattere straordinario dovuto, oltre quelli spettanti per le singole prestazioni giudiziali » : Cass., 25 giugno 1955, n. 1981).

Sul piano teorico, il palmario si distingue dal patto di quota lite per il fatto che esso rappresenta un compenso aggiuntivo e supplementare, rispetto a quello normalmente dovuto, nel caso di esito vittorioso della lite (il palmario richiama l’idea delle « palme » della vittoria). Tale compenso potrebbe anche essere fissato in misura percentuale e potrebbe essere determinato prima dell’inizio della lite o nel corso di essa.

Di qui il canone che stabilisce appunto che è consentita la pattuizione scritta di un supplemento di compenso, in aggiunta a quello previsto, in caso di esito favorevole della lite, purché sia contenuto in limiti ragionevoli e sia giustificato dal risultato conseguito (in tal senso si veda anche Consiglio naz. forense, 15 dicembre 1978, in Rass. forense, 1982, 75, e Consiglio naz. forense, 10 aprile 1997, n. 37, in Rass. forense, 1997, 849).

Questo supplemento potrebbe essere anche indicato come “onorario di risultato” : così infatti è chiamato nell’ordinamento francese, e permette di adeguare il compenso all’attività spiegata

legale e al risultato favorevole.

Certo, con ciò ci si avvicina al patto di quota lite (e sarà difficile alcuni casi distinguere l’uno dall’altro, tanto più che potrebbe essere ritenuta incomprensibile la scelta di considerare nullo il patto di quota lite, mentre viene ad essere considerato valido lo stesso patto che sia aggiuntivo rispetto al normale compenso, cioè importi onere maggiore nei confronti del cliente). In ogni caso, nel momento in cui le stesse tariffe sono in discussione, ciò che deve essere tutela è il rapporto fiduciario con la parte assistita, il che impone di impedire soprattutto ogni pattuizione che costituisca una pretesa esorbitante e ingiustificata, e quindi un abuso.

Potrebbero quindi opportunamente intervenire gli organi forensi (visto che l’onorario dì risultato deve essere pattuito per iscritto), predisponendo moduli preventivi e condizioni precise, ad evitare ogni possibile contenzioso anche disciplinare tra le parti.

En la actualidad, en el mundo occidental, rige cada vez más el principio de la libertad total en cuanto a los precios, tanto sea de las mercaderías como de los servicios, y éstos, sólo vienen condicionados, en la mayoría de los casos, por la competencia y por el objetivo del productor de estas mercancías o de estos servicios en situarse en un determinado segmento del mercado.

En el caso de nuestra profesión de abogados, debemos, sin embargo, tener en cuenta que nuestra labor no es puramente mercantilista, porque presta un servicio público. Somos operadores necesarios de la justicia y tal como dice el art. 30 del actual Estatuto de la Abogacía :

“El deber fundamental del abogado, como partícipe de la función pública de la administración de justicia, es cooperar a ella asesorando, conciliando y defendiendo en derecho los intereses que le sean confiados. En ningún caso la tutela de tales intereses puede justificar la desviación del fin supremo de justicia a que la abogacía se halla vinculada”.

Así pues, la actividad de abogado, no aparece como la de un empresario ordinario sino como la de una institución libre y objetiva.

Tanto es así, que debemos recordar que en el origen remoto de nuestra profesión y durante siglos se rechazó la idea de pagar a los abogados por sus servicios.

En efecto, conocida es la gratuidad del oficio de los patricios romanos por abogar y que no tenía más compensación que la consideración social que, por otra parte, frecuentemente les encumbraba a los cargos públicos.

Más de quinientos años transcurrieron desde entonces hasta los tiempos de Justiniano para que se llegase a consagrar y perfilar el derecho del abogado a una retribución y ello, como consecuencia, del alto desarrollo administrativo del imperio Bizantino.

De este deber honorífico hacia los primeros abogados, se deriva la palabra “honorarios”, que entonces consistían en una recompensa que se daba al abogado como un deber de cortesía y una manifestación de aprecio.

El pagar honorarios, entonces , era una obligación moral y social, pero nunca jurídica.

Por fortuna, hoy ya nadie discute el derecho a cobrar honorarios y es doctrina pacífica el hecho de que éstos constituyen el precio del contrato de arrendamiento de servicios que liga al abogado y a su cliente.

En este sentido, y ya situados en nuestra época reciente, en nuestro país, en el año 1997, se promulgó la “Ley de Medidas Liberalizadoras, materia de suelo y Colegios Profesionales” (7/1997, de 7 de abril), que modificaba la de 1974 (2/1974, de 13 de febrero), estableciendo en su nueva redacción que el ejercicio de las profesiones colegiadas se realizará en régimen de libre competencia y estará sujeto, en cuanto a la oferta de servicios y fijación de su remuneración a la “Ley sobre la Defensa de la Competencia y Competencia Desleal”.

A partir de entonces, se inicia un proceso de modernización de la normativa profesional de toda la abogacía española, que refleja en sus normas respuestas innovadoras a las nuevas exigencias de la sociedad.

Cabe destacar aquí el papel innovador de la Abogacía Catalana en su texto normativo, el Codi de l’Advocacia Catalana.

Una de las cuestiones a resolver, como consecuencia de este carácter renovador de la mencionada ley 7/97, era la de la obligación, o no, de respetar unos honorarios profesionales a precios determinados.

La respuesta fue clara : Establecimiento de libre pacto entre abogado y cliente en la fijación de los honorarios.

En efecto, el Estatuto General de la Abogacía Española (RD 658/2001, de 21 de junio), prevé, en su artículo 44 que la cuantía de los honorarios se deja a libre pacto entre el cliente y el abogado, sin más límites que los derivados de las normas deontológicas y las normas reguladoras de la competencia desleal y añade la posibilidad, a falta de pacto expreso en contrario para la fijación de los honorarios, que se puedan tener en cuenta, como referencia, los baremos orientadores del Colegio en cuyo ámbito actúen ( art. 44.1).

Así mismo, el Codi de l’Advocacia Catalana, también establece, en su art. 52 la libertad de fijación de honorarios, y en este sentido dispone :

1.- El abogado y el cliente pactarán libremente los honorarios.

2.- Los abogados podrán formalizar por escrito el pacto sobre honorarios. Las partes pueden someter a arbitraje del colegio de abogados correspondiente, los conflictos que puedan surgir en esta materia, sin perjuicio de las tasas que se puedan establecer por este servicio.

3.- Los colegios deberán fomentar la formalización por escrito de estos pactos, cuestión que ya está en marcha en nuestro Colegio de Barcelona, con todas las ventajas que ello reporta.

Así pues, queda claro el afán liberalizador promovido por la ley de 1997 y que se manifiesta en la normativa profesional.

Por otra parte, se plantea cual es el papel de los baremos de honorarios, que hasta el momento de la aprobación de esta ley, tenían la consideración de mínimos.

Una de las funciones específicas de los colegios, otorgada por la ley de colegios profesionales, y reformada por la mencionada ley de 1997, es el establecimiento de baremos de honorarios, pero señala, de forma clara, que éstos tendrán un carácter meramente orientador.

Así, el Estatuto General de la Abogacía Española, indica que corresponde a los colegios de abogados, establecer baremos orientadores sobre honorarios profesionales, contrastando, de forma evidente, con lo que preveía el Estatuto de 1982, que disponía que era una función colegial la de regular honorarios mínimos de los colegiados.

En el mismo sentido se pronuncia el Codi de l’Advocacia Catalana, al disponer que las normas de honorarios “ ..........tendrán un carácter meramente orientador”.

En cuanto al polémico “pacto de quota litis” entre abogado y cliente, éste tiene también su respuesta en la normativa actual.

Cabe recordar que este pacto estaba prohibido de forma expresa en al anterior Estatuto General de la Abogacía Española de 1982, pero el nuevo texto dice lo siguiente :

“ Se prohíbe en todo caso la quota litis en sentido estricto, entendiendo por tal el acuerdo entre el abogado y su cliente, previo a la terminación del asunto, y en virtud del cual este último se compromete a pagarle únicamente un porcentaje del resultado del asunto” (art. 44.3).

El Codi de l’Advocacia Catalana admite, no obstante, el pacto de quota litis de forma amplia, siempre y cuando se prevea que los gastos serán asumidos por el cliente.

Así pues, es clara la admisión del pacto de quota litis, en el caso de Catalunya, como la máxima manifestación del principio de libertad de pacto entre el abogado y el cliente.

La admisión de este pacto, sin embargo, no está exenta de polémica, ya que, por una parte se ajusta a la normativa sobre la defensa de la competencia pero por otra, según la jurisprudencia, puede convertir al abogado en el titular de un contrato de empresa, en el que su papel de prestador de un servicio esencial para el correcto funcionamiento del Poder Judicial, lo convierta en exclusivo financiador del riesgo que siempre implica la decisión de iniciar un proceso, pudiendo así comprometer su independencia de criterio al asesorar al cliente, al hacer pasar a un primer plano, no el riesgo de aquél, sino el asumido personalmente por él mismo (STS Sala de lo contencioso-administrativo, sección sexta, de 1 de junio de 2003).

En este sentido, pues, la normativa catalana recoge el principio de libre establecimiento de los honorarios para los abogados, resultando lícito el pacto de quota litis, como forma de fijación de honorarios, estableciendo un único límite : el cliente siempre tendrá que asumir los gastos del asunto, es decir, el cliente siempre ha de asumir el riesgo de la pérdida del asunto.

En cuanto a la jurisprudencia que existe en España sobre este tema, cabe destacar la resolución del Tribunal de Defensa de la Competencia, de 26 de septiembre de 2002 (exp. 528/2001), en la que impone una multa sancionadora de 180.000 euros al Consejo General de la Abogacía Española, por la prohibición en el Código Deontológico (art. 16), tal como hemos dicho antes, de la quota litis en sentido estricto.

La resolución del TDC, aprobada por mayoría de sus miembros, dice que la prohibición de la quota litis, supone una limitación a la libertad de fijación de honorarios, y que tal limitación es particularmente dañina para la competencia en este sector en el contexto español actual, caracterizado por un nivel elevado de paro entre los abogados jóvenes, porque perjudica particularmente la entrada en el mercado de abundantes abogados que empiezan su carrera profesional y que por ello, podrían estar más dispuestos, en general, que los abogados de solvencia acreditada, a cobrar unos honorarios profesionales que no cubriesen sus costes cuando no ganasen los casos a ellos confiados.

Esta resolución, ha sido recurrida por el Consejo General de la Abogacía ya que, tanto en la redacción del art. 16 del Código de Deontología como en el art. 44.3 del Estatuto de la Abogacía, no se prohíbe totalmente el pacto de quota litis, sino “el pagar únicamente un porcentaje del asunto”. Es decir, se entiende de forma implícita, que es posible un pacto que cubra los gastos del abogado.

Así lo reconoce la STS de 3 de marzo, del 2003, que desestima un recurso contencioso-administrativo interpuesto por varios abogados del colegio de Elche, cuya pretensión principal era declarar nulo de pleno derecho el RD 658/01, que aprobó el Estatuto General de la Abogacía y subsidiariamente, entre otros, el art. 44.3.

El TS declara que la norma impugnada, si bien tiene trascendencia económica, no se opone a la Ley de Defensa de la Competencia “siendo de notar en este punto que cuanto menos dudoso que el pacto prohibido impida percibir más emolumentos según la suerte del proceso para el cliente, puesto que el art. 44.3 del Estatuto no prohíbe, en términos absolutos, que éstos sean proporcionales a lo obtenido por el cliente en el proceso, sino simplemente que la retribución en esos términos sea la única”.

En cuanto a la legislación europea sobre este tema, la situación actual es la siguiente :

El Código Deontológico del Consejo de Colegios de la UE, está confrontado con la legislación española ya que dispone en su art. 32 que, el abogado no puede fijar sus honorarios en función de un pacto de quota litis, agregando que dicho pacto es una convención entre el abogado y su cliente, suscrito antes de la conclusión definitiva de un litigio en que está interesado el cliente, en virtud de la cual, dicho cliente se obliga a entregar al abogado una parte del resultado del proceso consistente en una suma de dinero o en cualquier otro bien.

En el Reino Unido, se distingue entre los “contingency fees” y los “conditional fees” : Los primeros, son aquellos honorarios cuya percepción es incierta y que dependen del acontecimiento futuro de obtenerse para el cliente un resultado favorable de sus pretensiones, están prohibidos. Los segundos, son honorarios que se adeudan, en todo caso, pero que pueden ser alterados en su cuantía, generalmente a la alza, y de manera sustancial en función del éxito, están permitidos.

En Francia, el pacto de quota litis es permitido según la ley de 10 de julio de 1991, pero solamente como complemento de la remuneración, es decir, que se trata de una situación similar a la vigente en nuestro país, antes de la resolución del Tribunal.

En Alemania, no hay prohibición legal al respecto.

En Italia, ha habido diferentes etapas. Durante una época el convenir un pacto de quota litis constituía incluso un delito. Hoy el Código Civil italiano de 1942, prohíbe tanto la cesión de bienes litigiosos, cuanto la estipulación entre el abogado y su cliente en relación a cualesquiera bienes objeto del litigio confiado a su patrocinado.

En cambio, y como contraste a la situación europea, en EEUU, y buena parte de países de este continente, se permiten expresamente los honorarios fijados sobre la base del resultado, donde se percibe un porcentaje de lo que se obtiene en caso de éxito y nada en caso de fracaso.

En estos casos, el abogado involucra su propio patrimonio para el coste del juicio, pero en caso de éxito logra una rentabilidad muy alta.

Por otra parte, en cuanto a las normas que regulan las costas procesales y los honorarios de los abogados varían entre los países, sobretodo entre Europa y los EEUU.

Las normas de los países europeos sobre estas costas, aunque no son totalmente uniformes (en Inglaterra el Tribunal tiene poder discrecional sobre si conceder las costas o no), prescriben, en un gran número de códigos, que se deben imponer a la parte perdedora.

La idea que la regla de este principio expresa es que, el litigante que se ve obligado a interponer una acción ante los Tribunales o a defenderse, tiene derecho a recobrar el valor total de su demanda.

En EEUU, rige, en cambio, la “regla americana” según la cual, cada parte en el proceso corre a cargo de sus costas legales, y ello, junto con la aceptación total de los acuerdos de quota litis sin límites, hace que en la actualidad exista la creencia de que en Norteamérica se da un frecuente y sistemático abuso del proceso legal, un exceso de demandas “no meritorias”.

En efecto, la crítica más común a la “regla americana”, es que ésta no es suficientemente disuasoria y puede provocar conductas ilícitas e incentivar los litigios por la carencia del riesgo del deber de sufragar los gastos a la otra parte pero, por otro lado, evita muchas barreras de acceso a la justicia y promueve la negociación extrajudicial entre las partes.

En contrapartida, en EEUU, existe la creencia de que un sistema similar al europeo es antidemocrático porque desincentiva a la clase más pobre, favoreciendo a los que poseen mayores recursos financieros.

Por último, y como conclusión a mi exposición, manifestar que las actuales medidas liberalizadoras españolas en materia de colegios profesionales ha supuesto una modernización en los diferentes textos normativos que regulan la profesión de lo que, el Codi de l’Advocacia Catalana, es un claro exponente.

En este sentido, el máximo exponente del cambio de orientación es el establecimiento de libre pacto de honorarios entre abogado y cliente, que solamente queda limitado por lo previsto en la Ley sobre la Defensa de la Competencia y Competencia Desleal.

De acuerdo con lo anterior, una de las formas de fijación de los honorarios es el pacto de quota litis aunque éste no se haya librado de la polémica mencionada.

En Catalunya, la experiencia en sede deontológico, en esta materia es la falta de denuncias, salvo en casos anecdóticos de abusos en el porcentaje o de conflictos en materia de sustitución de letrados.

Para terminar ya, y en cuanto a las costas legales siempre quedará abierta la polémica entre el criterio americano y el europeo y, solamente el tiempo, podrá dirimir cuál de ellos prevalece en un mundo cada vez más globalizado.

ETHICAL LIMITS TO FREEDOM OF AGREEMENT

IN MATTERS OF PROFESSIONAL FEES

(THE UK POSITION)

GENERAL

In general, the UK government does not dictate to lawyers the level of their fees. A lawyer can agree with a client that he will charge a fixed fee or at an hourly rate. The rates might be €80 an hour or €800 an hour. The government relies on open market competition between lawyers to achieve a ‘market rate’ for professional fees.

A client can telephone or email a solicitor for an estimate of fees to cover, for instance, the purchase of a house or the making of a will. Such fees would normally be fixed by agreement because the transactions are usually simple. However, advice on a complicated commercial transaction would normally be given on an hourly rate. The rate would be negotiated between the lawyer and the client and would vary depending on the level of expertise involved. In a high value litigation case where many different outcomes are possible, it would be necessary for a solicitor to give the client some estimate as to the cost required to get to the first obvious stage of litigation and thereafter review the fees.

Professional rules imposed on solicitors by the Law Society and on barristers by the Bar Council oblige lawyers to inform their clients at the outset of their charging rates. Lawyers are also obliged to operate a complaints handling procedure.

Information given to clients on fees and client care services must comply with a Code of Conduct made from time to time by the Council of the Law Society of England and Wales. The Code also has to be approved by the Master of the Rolls (a very senior UK judge). There is however no government intervention.

On the issue of professional fees, the code runs to five pages of closely typed rules, the main object of which is to ensure that there is transparency from the outset.

This makes for a rather involved and lengthy initial letter from the lawyer to the client explaining the terms of business. Lawyers are usually well advised to obtain the client’s signature as a confirmation that he has received this letter and understands the basis on which the fees are to be charged.

SOLICITORS

If a solicitor acts in breach of the code and the practice rule he is at risk of being reported for unprofessional conduct. The rule says :-

1. A serious breach of the code, or persistent breaches of a material nature, will be a breach of the rule and may also be evidence of inadequate professional services under the Solicitors Act 1974.

2. Material breaches of the code which are not serious or persistent will not be a breach of the rule, but may be evidence of inadequate professional services.

3. The powers of the Office for Supervision of Solicitors (now called the Consumer Complaints Authority) on a finding of inadequate professional services include :-

a) Disallowing all or part of the solicitor’s costs.

b) Directing the solicitor to pay compensation to the client up to a limit of £5,000.

4. Non-material breaches of the code will not be in breach of the rule and will not be evidence of inadequate professional services.

5. Registered foreign lawyers practising in partnership with solicitors in England will also be subject to the same rules as a matter of professional conduct.

BARRISTERS

Barristers are subject to a separate but similar Code of Conduct. Lay clients and professional advisers can have direct access to services provided by barristers, but usually a barrister’s contract is with a solicitor who sends instructions. Professional rules exist to refer any dispute between the barrister and solicitor to a Joint Tribunal whose decision is binding.

However these professional bodies (The Law Society and The Bar Council) do not limit the rates themselves. This is a matter for negotiation between the client and the lawyer.

SPECIFIC CASES

There are a number of occasions where the professional rules of the Law Society will restrict a lawyer’s recovery of professional fees in certain circumstances :-

1. The unhappy client

If a client is unhappy with his lawyer’s fees, he can ask for an independent assessment which will take account of his concerns as to overcharging or the size of a bill.

In the case of non-contentious work the solicitor’s file and bill can be referred to the Law Society for a ‘remuneration certificate’. An adjudication is made by an officer of the Law Society and is sent to both sides who can appeal if necessary.

If the professional fees relate to a litigation matter, the client can ask for an assessment to be carried out by a costs judge. Again there is a right of appeal to a higher judge.

2. Overcharging

A solicitor may not take unfair advantage of the client by overcharging for work done or to be done.

It is a question of fact in each case whether the charge is so excessive as to amount to guilty overcharging.

If an agreement between a solicitor and client is found to be wholly unreasonable as to the amount of the fees charged or to be charged, disciplinary action could be taken against the solicitor on the grounds that the solicitor had taken unfair advantage of the client.

Under the rules if a lawyer’s bill is scrutinised by an independent costs officer and reduced to less than one half of the sum charged, the officer is under a duty to bring those facts to the attention of the Law Society who make take disciplinary action against the solicitor.

3. Recovery of fees from an unsuccessful opponent in a civil litigation claim

In the UK the general rule is that the successful litigant recovers ‘reasonable’ professional fees from his unsuccessful opponent. It is forbidden for the fees charged to an opponent to exceed the fees that would be payable to the solicitor by his client. This is called the ‘indemnity principle’. If a lawyer tells a client that he will work for nothing and wins the case, he is not entitled to charge the unsuccessful opponent for his work. In order for the indemnity principle to operate there must be a contract for the supply of professional services to the client, and the client must be legally responsible to pay those fees. The only exception is the use of conditional fee agreements (see later).

At the conclusion of a civil litigation claim, the winning party will submit a schedule of fees and expenses to the unsuccessful opponent. If the loser has a lawyer himself, the lawyer will advise his client what level of fees is likely to be recovered and will make an offer. If the parties cannot agree, a formal itemised bill of costs is sent to the court, where the costs judge will rule on how much the loser pays to the winner.

Although there is no law in the UK restricting the rates that a lawyer can agree with his own client, there is a limit on the fees that will be allowed by a costs judge for the purpose of recovery from the loser. The hourly rate is generally fixed by the courts for the area in which the solicitor works. The 2005 hourly rates are as follows :-

Partner Junior Solicitor Paralegal

London 359.00 198.00 122.00

Birmingham 184.00 137.00 100.00

Bristol 184.00 137.00 100.00

Devon & Exeter 173.00 126.00 95.00

Although it is open to the solicitor to argue for a higher rate, it is most unlikely that he would recover for his winning client more than the locally set rate.

CUOTA LITIS

Cuota litis is not an expression that is well known in the UK. However, the UK common law has for many years forbidden solicitors from making ‘contingency fee’ agreements with their clients in litigation cases. It is still illegal in the UK to agree to provide funds or legal assistance for actions that come to court, in exchange for a share of the proceeds.

There are a number of exceptions to this broad rule. In claims for personal injury compensation from the Criminal Injuries Compensation Authority, for example, there is no provision for the payment of legal fees. It is permissible to make a contingency fee agreement with a client here because the processes are regarded as administrative, rather than court-based.

Assisting a client to make a personal injury claim abroad will also be the subject of a contingency fee agreement, if the practice is permitted also in that foreign country – for example USA.

Finally, the moral and financial climate in the UK has dictated that certain conditional fee agreements are now permitted by statute and have become commonplace – see below.

CIVIL JUSTICE COUNCIL

This is an advisory public body. It was established in 1999 as a continuing body to oversee and coordinate the modernisation of the civil justice system in England and Wales. The Council provides advice to the UK government on the effectiveness of aspects of the system and makes recommendations to test, review or conduct research into specific areas of civil law. The Council consists of representatives of the following interested groups :-

1. Judges.

2. Lawyers (Barristers and Solicitors).

3. Civil Servants concerned with the administration of the courts.

4. Persons with experience of consumer needs.

5. Persons with experience of the lay advice sector.

6. Persons able to represent certain types of litigants eg business or employees.

The members of the Council must agree at all times to observe the highest standards of impartiality, integrity and objectivity in relation to the advice that they provide. They must also be accountable to the public through Parliament.

In other words, while it is open to particular interest groups to lobby the Council with their views on how high or low fees should be set, the guiding principle is fairness for both lawyers and their consumer clients.

Much of the early work done by the Council was concerned with the implementation of rules relating to conditional fee agreements and with regulating costs in general. So far the UK government has agreed to implement the recommendations made by the Council.

CONDITIONAL FEES

In the last five years legal aid has been withdrawn from many areas of civil legal aid practice in the UK :-

1. Personal injury actions

2. Housing

3. Insolvency

4. Applications to the European Court of Human Rights

Proposals are now being considered to remove or restrict legal aid in the field of :-

5. Medical negligence claims

6. Claims against the police

In place of legal aid the UK government has authorised ‘conditional fee agreements’ – commonly called ‘no win no fee agreements’.

PRINCIPLES OF CONDITIONAL FEE AGREEMENTS (CFA)

Parties

The Claimant and his lawyer (either solicitor or barrister)

There is nothing in principle to stop a defendant entering into a conditional fee agreement with a lawyer. However, it is more difficult to define ‘success’ when acting for a defendant and normally contracts between a defendant and his lawyer are on an hourly basis.

Terms

• If the case is lost or withdrawn, the lawyer makes no charge for his professional fees.

• Who pays disbursements eg medical report fee, police report, engineers report etc ? This is negotiable between the parties but must be agreed at the outset. In most personal injury claims, it is commonplace for the lawyer to pay. He is only repaid if he wins.

• If the claim is successful, the lawyer can charge his normal fees plus a ‘success fee’. ‘Success’ is defined usually as a payment of money to the claimant, even if he does not receive 100% of his claim (for instance if he is guilty of contributory negligence).

• The size of the success fee is regulated by UK law :

1. Generally

The lawyer can claim a success fee of between 0% and 100% of his normal fees. It is important to stress that the success fee cannot be a share of the proceeds of the claim (as in the USA). The success fee is simply an increase on the normal fees that would be payable on an hourly rate basis.

In the UK it is usually the case that the winner receives not only compensation for the claim itself, but also a reasonable amount towards his legal costs. The sliding scale of success fees has caused much peripheral litigation with insurers throwing large resources into challenging the level of fees. This has resulted in the creation of fixed success fees for certain claims :-

2. Road Traffic Accidents

Solicitors

12.5% if settled before trial

100% if contested at trial

Barristers

12.5% if settled more than 21 days before trial

75% if settled less than 21 days before trial in a case worth more than £15,000

50% if settled less than 14 days before trial in a case worth less than £15,000

100% at trial

3. Accidents at Work

Solicitors

25% if settled before trial

100% if settled at trial

Barristers

25% if settled more than 21 days before trial [others as above – see road traffic accidents]

In each case, only ‘exceptional’ cases will be taken outside the standard figure – no clue is given as to what amounts to ‘exceptional’.

PREDICTABLE FIXED COSTS

Defendants and insurers were concerned that lawyers’ fees on many occasions exceeded the value of the compensation recovered. This led to many challenges of lawyers’ fees in the courts and has resulted in new rules to fix costs in certain cases. At present these only apply to road traffic personal injury claims :-

• worth less than £10,000

• settled before court action starts

In such cases the lawyer will receive :-

a) £800 plus

b) 20% of the value of the compensation received up to £5,000 plus

c) 15% of the value of the award between £5,000 and £10,000 plus

d) a 12.5% success fee plus

e) VAT

So for a claim for personal injuries in a road traffic accident settled at £8,750 the lawyer will receive :-

a) £800.00

b) £1,000.00 (20% of £5,000)

c) £562.50 (15% of £3,750)



£2,362.50

d) £295.31 (12.5% of £2,362.50 – success fee)

e) £465.11 (17.5% of £2,657.81 – VAT)



Total £3,122.92 (including VAT)



At present fixed predictable costs only apply to these smaller road traffic claims, but the Civil Justice Council is considering whether to extend the system to other claims. Much reference is made to the German experience of tying recoverable costs to the value of compensation obtained.

INSURANCE AGAINST LEGAL COSTS

Under the old system of legal aid, an unsuccessful claimant would pay nothing for his own lawyer (who would receive payment from the state) and also paid nothing to his successful opponent. With the removal of legal aid, unsuccessful claimants were exposed to the claims for costs from their opponents. So a market was created for the purchase of ‘after-then-event’ (ATE) insurance bought for a single premium. Sometimes this is paid for by the lawyer who seeks to recover it in addition to the success fee, and on other occasions the client is asked to pay the premium. It depends on the type of claim and the strength of the case. In a commercial claim it is more likely that the client will be asked to pay.

Some insurance companies began to demand high premiums for ATE insurance, which did not reasonably reflect their risk. The courts have intervened and a number of test cases to set guidelines for the recoverability of these ATE premiums.

THE COSTS DEBATE

When civil law practised in the UK was reformed and modernised in 1999, the government initially backed away from introducing fixed fees for civil claims. The result has been an explosion of litigation about costs and the limited introduction of fixed fees for road traffic cases.

ADVANTAGES OF FIXED FEES

• Both lawyer and client know from the start what the fee will be if successful.

• The defendant or insurer will know how much they will pay if they lose.

• Law firms with large numbers of such claims can plan ahead to invest in systems that will deliver a structured profit.

DISADVANTAGES OF FIXED FEES

• Too much power placed in the hands of insurers who are able to influence directly the extent of fees paid to lawyers.

• If set at too low a level, lawyers will either choose not to conduct civil claims or only employ less qualified and cheaper staff to do the work.

• For small claims a consumer would not find a lawyer prepared to take on the case and would be unable to pursue a claim easily against an insured defendant.

CONCLUSION

In the UK there were concerns at the outset that lawyers would be caught in a conflict of interest in conditional fee cases. The worry was that the lawyer would influence his client into accepting a settlement unreasonably, in order that the lawyer could obtain his fee. In fact there have been very few instances of such conduct and the vast majority of claims are conducted with just as much vigour and tenacity as before.

In the field of personal injury claims the general opinion is that CFAs have been a success. They have increased access to justice to those who were previously discouraged from making claims due to concern about legal fees.

The level of costs recovery has been a difficulty both for lawyers and insurers alike for the last five years. The hope is that a fixed costs regime will resolve many of the costs issues without the need for litigation. UK courts have seen a substantial reduction in the number of cases reaching trial. Reform of the civil law within introduction of pre-action protocols and alternative dispute resolution has played a significant part in this, but fixed costs will also reduce litigation.

UK lawyers will however resist attempts by the government to withdraw legal aid entirely from claims against the police/government and in the area of medical negligence. It is most unlikely that such claims would be insurable through ATE insurers, leading to the abandonment of claims and a denial of justice.

January 2005

Paul Derbyshire

President, Devon & Exeter Law Society